Luzi e Pienza

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luzi3Brani tratti da alcuni scritti di Luzi

Vi soffia la brezza che la mattina corre in direzione del mare e che a sera, ritorna più calda, verso terra. Da quell’oasi che si apre accogliente al mio esodo, intuisco l’ozio dei vegliardi, ascolto l’ascesa del fragore sordo e chioccio degli uccelli verso il canto, il silenzio, il grido di felicità che colma il giorno, l’operosità della valle che rimbalza e si risponde in opere artigiane, in mugli di motori spinti al solco delle arature. E ancora. un silenzio “non silenzioso”, in quanto voce e linguaggio della natura, dell’universo. Anzi, di più: un discorso continuo, sempre in atto, che, in verità a volte noi interrompiamo con un dire frammentario e provvisorio.

Pienza e il suo paesaggio: una chiara immensa vallata, una fissità continuamente mutevole e trasecolante, l’infinito scritto e cancellato nel cielo e in quella terra aperta, mille volte al giorno.

Così, nella mia nicchia di solitudine, mentre il giorno umano e non umano sfugge alla terra, dall’incavo dei suoi piccoli monti e si eclissa tra le pieghe dei suoi aridi dossi, l’animo elabora anche una nostalgia dei propri simili, del contatto con il mondo degli uomini: perché è nella separatezza che viene rivalutata la totalità.

Il cuore, da una condizione di malinconia, deborda, allora, ad una “carità” universale che nasce dal senso acuto della fragilità umana, della vita, della bellezza. E tutto ciò è attesa, promessa.

Pausa di privilegio alla mia traversata – sosta che l’animo in accelerazioni di slanci desidera smanioso e quasi ingordo – è la terra orciana, quella più alta, oltre San Quirico, fino a Montepulciano, a Pienza. Visione che appare come un fondale della memoria o un luogo del sogno su cui un oscuro senso esaltato percepisce il brivido d’una misteriosa ventilazione. Lassù, infatti, il vento è una specie di respiro misterioso del pianeta.

Questo spazio, questa luce variabile, questo ritmo delle colline che s'inseguono è una specie di grammatica del subcosciente che però ora viene alla luce. Tutto mi chiama qui, perché qui siamo al massimo della solitudine, ma anche dell'opportunità più autentica di colloquio.
Questo spazio, questa luce variabile, questo ritmo delle colline che s’inseguono è una specie di grammatica del subcosciente che però ora viene alla luce. Tutto mi chiama qui, perché qui siamo al massimo della solitudine, ma anche dell’opportunità più autentica di colloquio.
Pienza, meta da tanti anni dei miei soggiorni estivi. Fra me e questo luogo c'è una simbiosi tutta immaginativa più che esistenziale. Ma questo appuntamento mi sostiene durante gli sconforti dell'anno; penso, quando sono a Firenze o altrove, che c'è questo posto in cui posso riconoscermi e ne ricevo forza.
Pienza, meta da tanti anni dei miei soggiorni estivi. Fra me e questo luogo c’è una simbiosi tutta immaginativa più che esistenziale. Ma questo appuntamento mi sostiene durante gli sconforti dell’anno; penso, quando sono a Firenze o altrove, che c’è questo posto in cui posso riconoscermi e ne ricevo forza.

Invece il profilo del Monte Amiata, che guardo dalla finestra, a Pienza, è come una visione della memoria, filtrata attraverso il tempo. Proprio il suo profilo, appare talmente delicato che non è più una montagna, è una forma dell'avventura umana: potrebbe essere la montagna del Purgatorio, il Paradiso terrestre. Una straordinaria epifania.
Invece il profilo del Monte Amiata, che guardo dalla finestra, a Pienza, è come una visione della memoria, filtrata attraverso il tempo. Proprio il suo profilo, appare talmente delicato che non è più una montagna, è una forma dell’avventura umana: potrebbe essere la montagna del Purgatorio, il Paradiso terrestre. Una straordinaria epifania.